Le maccalube
di Aragona sono delle suggestive e caratteristiche sorgenti idroargillose che da
molti secoli suscitano la curiosità e alimentano la fantasia popolare, facendo
nascere intorno a sé alcune credenze e leggende. La spettacolarità delle loro
manifestazioni, infatti, ha contribuito ad attribuirvi un valore
magico-soprannaturale. Si trovano a circa quattro chilometri da centro urbano di
Aragona, in un piccolo altipiano, formatosi sicuramente nel corso degli anni per
la continua fuoriuscita d’argilla dal sottosuolo. L’altopiano domina ad
ovest il “vallone di maccalube” in cui i rigagnoli che affiorano dalla sua
superficie si riservano e determinano la formazione di molti calanchi, con la
loro azione erosiva, nel terreno argilloso. I monti Businè di Raffadali e di
San Marco a Nord-Ovest, la collina di Belvedere a Nord, sulle cui pendici
orientali sorge Aragona, e il monte San Vincenzo a oriente, dove la presenza di
una necropoli testimonia l’esistenza di un antichissimo insediamento sicano,
fanno da cornice alle maccalube. Una strada di campagna, resa rotabile da
qualche anno, che si diparte dal centro urbano di Aragona, costeggiando il
cimitero e il campo sportivo, conduce alla collinetta delle maccalube.
L’altopiano, che prende il nome dai fenomeni eruttivi delle maccalube, appare
come una landa brulla, circolare, estesa per circa un ettaro, ricoperta da una
coltre di marne cineree e crepe più o meno profonde.
Nel
suolo qua e là, senza un ordine preciso, fuoriescono diversi rivoli di
fanghiglia argillosa che, a poco a poco, si depositano intorno formando piccoli
coni di fango che si ingrandiscono lentamente fino a quando la forza eruttiva
non riesce più a mandar fuori il materiale liquido dal sottosuolo e allora il
processo eruttivo ricomincia in un altro punto per poi estinguersi quando arriva
al suo culmine. La fanghiglia che esce dalla sua bocca dei coni e si riversa
sulle falde somiglia alla lava di un vulcano, ma la sua fuoriuscita avviene
dolcemente e debolmente. I coni si formano e svaniscono in continuazione.
Durante la manifestazioni eruttive, masse di terra vengono scagliate
violentemente a trenta, quaranta metri di altezza e una grande quantità di
argilla fuoriesce dalle maccalube come se si trattasse del cratere di un
vulcano. La periodicità di questi fenomeni non è costante. Nel complesso il
paesaggio, mutevole tetro e misterioso, conserva un forte fascino. Le maccalube
di Aragona sono in attività da quasi duemila e cinquecento anni, come si
attestano alcune testimonianze, ma non è esclusa la loro presenza anche in
epoche più remote.
Molti
scrittori greci, latini e arabi, ne hanno parlato illustrando le proprietà del
liquido fangoso e descrivendo il luogo senza indicarlo con un nome preciso.
“Lacus Agrigentinus” (lago agrigentino) o “ager agrigentinus” (campo
agrigentino) sono gli appellativi con cui si fa riferimento alla località.
Sicuramente la denominazione “lacus” e il campo vengono indicati con il
toponimo “Machaluba” derivante dall’arabo “maqlùb” che significa
rivoltato, ribaltamento o capovolgimento del terreno. Attualmente il nome
Maccalube non è soltanto il toponimo con cui si indica la località, ma anche
il nome delle manifestazioni eruttive di Aragona e non solo di esse, ma anche di
tutte quelle, sparse nei vari continenti, che hanno le stesse proprietà e
caratteristiche. Maccaluba o anche Macaluba e macalupe, sta infatti a
significare una “sorgente idrofangosa caratterizzata dall’emissione di
metano e, in minore quantità, di anidride carbonica”.
Nei
giorni nostri, la collina viene detta anche “occhiu di maccalubi”
appellativo che deriva dalla sua forma circolare e dal colore biancastro che ha
per gran parte dell’anno, dovuto all’enorme quantità di polvere di
cristalli di calcite che affiora assieme alla fanghiglia argillosa e si deposita
sulla superficie. Le maccalube vengono anche impropriamente dette
“vulcanelli” per i coni d’argilla che si formano sulla sua superficie. Il
fenomeno delle maccalube di Aragona è riconducibile alla presenza nel
sottosuolo di un vastissimo bacino argilloso e di sostanze organiche,
localizzabili a Km 12 di profondità, dalle cui trasformazioni i gas che
emergono in superficie, trascinando con sé la fanghiglia argillosa che,
depositandosi lentamente, forma i coni di fango. La causa principale delle
manifestazioni eruttive è quindi il processo chimico che con la sua azione
genera masse di gas in profondità: una parte di essi riesce a incunearsi in
piccolissimi interstizi dell’argilla e ad uscire in superficie trascinando con
sé la fanghiglia argillosa, un’altra parte rimane bloccata e si accumula
lentamente fino a raggiungere una cospicua consistenza. Allorché la massa di
gas accumulato diventa eccessiva e la sua forza dirompente molto elevata,
avvengono le eruzioni, sollevando in alto l’argilla con enorme fragore. La
presenza di acque nel sottosuolo con molta probabilità deve essere elevata,
forse derivante da sorgenti sotterranee; le acque partecipano al processo
chimico e ai fenomeni eruttivi gonfiando e rendendo plastica l’argilla che in
tal modo forma come un tappo che impedisce l’uscita dei gas. Questi ultimi,
quindi, si accumulano finché la loro pressione non provoca le esplosioni e le
eruzioni. La popolazione di Aragona, nutre un timore inconscio per le maccalube,
però, nello stesso tempo, si sente protetta dalla loro presenza e crede che
preservino tutto il territorio da qualsiasi manifestazione sismica fungendo da
“valvola di sfogo”.
Il rapporto affettivo della
popolazione con le maccalube è molto simile al rapporto esistente tra un essere
soprannaturale e gli uomini. Da un canto questi ultimi hanno paura della divinità
e vi si sottomettono, dall’altro canto però sottomettendosi e obbedendo alla
sua volontà, si sentono sicuri perché credono di essersi accattivati la sua
benevolenza e la sua protezione. È ancora viva, nella popolazione aragonese la
credenza che nel luogo ove si trovano le maccalube un tempo lontanissimo vi era
una città di nome Cartagine, seppellita in seguito ad un capovolgimento della
terra. La città sommersa di cui si parla nella leggenda è forse quella stessa
a cui alludeva Vitrusio, vissuto nell’età di Augusto, allorché parlava di
una “fons Carthaginis”. La credenza è sicuramente nata dalla presenza nella
zona di qualche insediamento urbano scomparso in seguito ad una eruzione della
collinetta delle maccalube. Cartagine, la città sommersa, era un centro
opulento e operoso dove la vita scorreva tranquilla e serena finché un giorno,
durante una festa religiosa, scoppiò una violenta lite tra due opposte fazioni
della popolazione e si offese una divinità, che adirata fece sprofondare nelle
viscere della terra tutto il paese. Ogni sette anni, sempre secondo la
leggenda, a mezzanotte in punto, al centro della collinetta compare un gallo che
si mette a cantare e improvvisamente riaffiora la piazza con il mercato proprio
come era quando sprofondò nelle viscere della terra. Chi si trova nelle
vicinanze e senza timore riesce ad avventurarsi nel mercato, vedrà tramutato in
oro tutto quello che comprerà e potrà arricchirsi in un batter d’occhio. Non
deve, però, farsi prendere dalla paura e nell’attraversare la piazza non deve
mai voltarsi indietro altrimenti tutto scomparirà improvvisamente come è
apparso. Secondo un’altra credenza ancora molto diffusa tra la popolazione
locale, ogni anno, tra luglio e agosto all’improvviso, dalle maccalube affiora
una canna accompagnata da una fiamma e tutta la terra attorno si capovolge,
inghiottendo i coni di fango, i rigoli gli specchi d’acqua.
Tratto dal vol. “Le Maccalube di Aragona” di F. Graceffa